Galleria Tonino (presentazione di Eros Bellinelli)

Roberto Milan ha una personalità apparentemente tranquilla, ma di fatto intellettualmente irrequieta, carica di interrogativi e di curiosità, di dubbi e di passione per la conoscenza. Ne sono spia parecchi scritti: poesie e brevi prose, interventi su temi e problemi culturali e artistici – alcuni dei quali di impegno saggistico. Sono scritti che, con gli esercizi pittorici, compongono la parte principale delle sue riflessioni sulla vita nel suo complesso insieme e sul percorso individuale dell’esistenza, solitamente disagevole. Incontriamo pagine che meditano sulla ragione dell’essere, che cercano d’individuare le motivazioni del "procedere" di decifrare le luci e le potenzialità che sono nell’uomo.
E’ molto probabile – ma la verifica sarà da effettuare fra qualche anno – che scritti ed esercizi pittorici intrecciatisi fra il 1960 e il 1980 siano i segni di una ricerca che doveva condurre Roberto Milan a privilegiare, pressoché totalmente e definitivamente, la pittura rispetto ad altre discipline artistiche. C’erano da una parte, materiali di scrittura da lasciar decantare rivelandoli al pubblico, mentre, dall’altra parte, le prove grafiche e figurali dovevano rimanere, se non proprio segrete, almeno private.
Credeva, egli, più nell’espressività della parola che in quella dei disegni e dei dipinti? Oppure, voleva bruciare più intensamente la prima, per liberare completamente la sua più marcata inclinazione che è la pittura? Una prima risposta proviene dalla paginetta che Roberto Milan ha pubblicato nel succoso cataloghino uscito in occasione della sua personale alla galleria "L’Immagine" di Mendrisio. In quella "confessione" egli parla del gusto che provava da ragazzo, a giocare con gli acquarelli e del diletto che, da giovane, gli procurava l’uso delle matite e dei colori. Ci sarebbe stata, dunque, una innata tendenza per l’espressione figurativa. Una seconda risposta – più pregnante e non velata da possibili slanci letterari dell’"amarcord" – è data dal cospicuo lavoro di sperimentazione pittorica che Roberto Milan ha condotto in modo schivo e sistematico negli ultimi quindici anni.
Uscivano – qua e là – i suoi testi; ma rimanevano nascoste ("imprese" del focolare e perciò intime) le sue fitte esercitazioni figurative. Percorrevano i suoi fogli i fantasmi di Miro, di Kandinsky e di Dalì e taluni riferimenti più vicini come a quelli problematici ed eleganti della pittura di Imre Reiner. Ma non trascurava, ovviamente, soggetti e tecniche più accademici, passaggi obbligati di una compiuta formazione creativa.
E’ stata una lunga e paziente camminata attraverso i propri dubbi e le proprie incertezze. E’ stato il tentativo (indispensabile) di "speculare" pittoricamente, soprattutto seguendo la lezione surrealista, sul microcosmo dei pensieri ritrovati e degli impulsi subconsci; sulla interiore ragnatela della timidezza, del sogno, delle passioni e delle ipotesi. Prima della "riscoperta" della natura reale e immaginaria, Roberto Milan ha passato al setaccio di mille e una prove metaforiche (allegorie compositive e cromatiche) i suoi pensieri, le sue constatazioni, i suoi momenti onirici. E’ con il duro, paziente, dispendioso esercizio di illimpidimento della sua creazione attraverso l’eliminazione delle "scorie" stilistiche ed espressive che Roberto Milan è da pochissimi anni giunto all’attuale pittura. Pittura che, avendo per soggetto fondamentale e forse unico la natura, tenta di coglierne lo stupore metafisico, il mistero, l’inafferrabile che trascende tutte le apparenze della concretezza e della vistosità.
Due sono i motivi prevalentemente ricorrenti nei pastelli e negli olii del pittore italiano di nascita e chiassese d’adozione. Questi temi sono il paesaggio e le foglie.
Del paesaggio si può dire che, spesso, è quello lavorato dall’uomo, è quello con il marchio del secolare intervento dell’intelligenza e dell’applicazione umane: le quali trasformano in segmenti geometrici e in volumi crescenti la terra. Ma quello di Roberto Milan è un paesaggio ritagliato, messo pervicacemente a fuoco, lavato dalla solitudine. L’uomo e le sue cose sono altrove, espulsi dall’occhio del pittore. Sono paesaggi rielaborati con quella grazia naturalistica che li rende verosimili e riconoscibili, ma, nel contempo, soffusi d’una attonita meraviglia per la significazione che sale dall’osservazione minuziosa e affabile dell’ordine cosmico, dall’immensità del tempo piuttosto che dalla cronaca dell’esistente, del vissuto.
Più dolci e silenziosi nelle versioni pastellate, richiamanti una tradizione lombarda nell’effusione della luce, i paesaggi di Roberto Milan sfiorano una drammaticità postrinascimentale nelle stesure ad olio: scompare, negli olii, la sospensione luminosa e talora idilliaca propria del pastello e si diffondono in essi, invece, tonalità quasi livide di verdi, blu e marroni che richiamano fenomeni di tensione naturale, di trasformazioni e di decomposizioni pur limitate ma cicliche: un prevalere, insomma, dell’aspetto minerale su quello vegetale.
Pressappoco analogo è il registro stilistico che racconta la vita effimera delle foglie cadute, che sono di una morbidezza vellutata quanto è il pastello a esprimersi e di una accentuata "presenza" vitale nelle interpretazioni a olio. Ma nella descrizione delle foglie la fissità, la ripetitività del tema è permanentemente superata dalle floreali varianti coloristiche, dall’attento e sottile approccio "metafisico" dell’interpretazione, dal gioco spesso geometrico delle ombre: le quali rendono la centralità determinata e determinante del soggetto. Le foglie, pertanto, sono dei motivi, degli spunti per una versione della "natura morta" che intende rivelare ipotesi cromatiche, dimensioni volumetriche, richiami fossilo-minerali, entità reali e fantastiche: un modo personalmente lirico, insomma, di osservare e ricreare pittoricamente un elemento tanto effimero quanto vulnerabile qual è la foglia: che passa, sulle pagine del pittore, dal destino della caducità al valore della memoria evocatrice, al dono dell’immagine rivelatrice.
E mi pare che proprio nei valori dell’immagine rivelatrice e evocatrice, nella tranquilla ma profonda ricerca dell’ineffabile della natura e di suoi specifici elementi (metafisicità del paesaggio e vitalità della foglia) si manifesta il meglio di un lavoro che Roberto Milan sta ormai conducendo con la peculiarità scaturente da una meditata e verificata scelta della propria inclinazione.
Presentazione di Eros Bellinelli della mostra allestita nella Galleria Tonino nel Dicembre 1984, Edizioni Pantarei, Lugano. |
|
|